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Responsabilità.

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Responsabilità. Empty Responsabilità.

Messaggio  GALATEA il Lun 8 Nov 2010 - 4:41

Buongiorno,

è possibile, e se sì in che termini rinunciare alla responsabilità di un'area affidata con decreto del sindaco? Quali possono essere le possibili conseguenze?

Come sempre grazie per l'aiuto.

GALATEA

Messaggi : 8
Data d'iscrizione : 29.10.10

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Responsabilità. Empty Responsabilita' - recesso

Messaggio  Paolo Gros il Lun 8 Nov 2010 - 6:13

Innanzi tutto bisogna precisare che l'attribuzione di responsabilità in un Comune privo di dirigenza ad una figura apicale all'interno dell'area equivale al riconoscimento delle indennità di posizione e di risultato relative alla posizione organizzativa, prevista dall'art. 11 del CCNL del 31.03.1999. Per cui, considerato che l'attribuzione delle funzioni dirigenziali è una mansione ascrivibile al dipendente inquadrato in categoria D prevista dal CCNL e quindi parte integrante del contratto individuale di lavoro, il conferimento delle relative responsabilità non può essere rifiutato. In effetti, si tratterebbe di un inadempimento contrattuale in quanto il lavoratore è tenuto a rendere tutte le prestazioni di lavoro dovute sulla base della declaratoria delle mansioni della categoria di appartenenza (art. 3 del CCNL del 31.03.1999).
Anche se a volte accade vedasi :
http://www.comune.novate-milanese.mi.it/com_amministrazione/delibere/giunta/2006/gc200695.PDF

Coerente con detta previsione è il CCNL (siglato il 31/3/1999) che prevede, per figure professionali appartenenti alla categoria direttiva, l’istituzione dell’area delle posizioni organizzative, ovvero l’individuazione di posizioni di lavoro che richiedono, come recita l’art. 8, l’assunzione diretta di elevata responsabilità di prodotto e di risultato, lo svolgimento di funzioni di direzione o di attività con contenuti di alta professionalità e specializzazione, o lo svolgimento di attività di staff, di studio, ricerca, ispettive, di vigilanza e controllo. Ai sensi del successivo art. 9, comma 1, detti incarichi possono essere conferiti per un periodo “non superiore a 5 anni, previa determinazione di criteri generali da parte degli enti, con atto scritto e motivato e possono essere rinnovati con le medesime formalità”.
Il comma 3 del citato articolo 9 dispone che “gli incarichi possono essere revocati prima della scadenza con atto scritto e motivato, in relazione a intervenuti mutamenti organizzativi o in conseguenza di specifico accertamento di risultati negativi” che ha luogo secondo una procedura valutativa modellata sulla responsabilità dirigenziale.
In quest’ultima ipotesi, che riguarda la revoca per ragioni soggettive, sarà evidentemente necessario accertare la “responsabilità colpevole” dell’incaricato per non essere riuscito a conseguire gli obiettivi e i risultati prefissati .
Al di fuori di detta fattispecie, è evidente che la revoca dell’incarico della posizione organizzativa esclusivamente per “intervenuti mutamenti organizzativi” e dunque per ragioni oggettive, comporta la soppressione della posizione organizzativa conferita nel rispetto delle regole dell’art. 9 del contratto collettivo di lavoro, che richiede la “previa determinazione di criteri generali da parte degli enti”.
A tal proposito si pone il problema se sia possibile la revoca per “intervenuti mutamenti organizzativi” qualora il sindaco, rivedendo il proprio provvedimento di assegnazione di funzioni e in assenza di effettive modificazioni organizzative in seno all’Ente, intenda attribuire al segretario le funzioni dirigenziali. Sembrerebbe che tale ipotesi debba escludersi.
In primo luogo, occorre rilevare che l’atto di revoca è strutturalmente e funzionalmente legato al provvedimento di incarico che ne stabilisce la durata e disciplina le obbligazioni ricadenti sulle parti. Si tratta, nell’ipotesi di revoca dettata da ragioni soggettive, di un atto sostanzialmente punitivo o sanzionatorio, legato ad un comportamento colpevole e negligente dell’incaricato della posizione organizzativa, che non ha osservato le direttive e non ha raggiunto i risultati proposti, e come tale necessita di un’adeguata motivazione in ordine alle ragioni che hanno portato ad una revoca anticipata.
Ne deriva che può essere valutato “come legittimo l’esercizio del potere di revoca solo ove esso sia sorretto da idonee ragioni organizzative e produttive”, ancorché originate da specifiche inadempienze del soggetto nei cui confronti si procede
“La privatizzazione del lavoro pubblico ha comportato che l’amministrazione agisca nella gestione dei rapporti di lavoro e che, di conseguenza, si ponga nei confronti del dipendente in posizione di parità e non di supremazia, come avveniva nel vecchio modello autoritativo. Ciò significa che l’amministrazione agisce iure privatorum in virtù di obbligazioni derivanti da atti negoziali che ricadono interamente nell’area privatistica e che non possono essere revocati unilateralmente, sulla base di esigenze pubbliche o scelte discrezionali, ma possono essere soltanto impugnati per vizi tipici del negozio
La modifica o la revoca dell’incarico, pertanto, non può che avvenire a seguito di un accordo tra le parti (P.A. e impiegato incaricato), in virtù di quanto espressamente disposto dall’art. 1372 del Codice Civile, secondo cui: “Il contratto ha forza di legge tra le parti. Non può essere sciolto che per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge”.A ciò è necessario aggiungere che giurisprudenza e dottrina concordano nell’affermare che al conferimento ed alla revoca di posizioni organizzative in comuni privi di dirigenza è necessario applicare i medesimi principi sanciti in ordine all’attribuzione ed alla revoca di incarichi dirigenziali. A conferma di tale prospettazione si è rilevato che “il contratto collettivo rievoca, per l’area delle posizioni organizzative, molti elementi propri della normativa dell’area dirigenziale: temporaneità dell’incarico, valutazione dei risultati , retribuzione collegata alla posizione e ai risultati (art. 9 CCNL)” .
Ciò sta a significare evidentemente che i principi elaborati dalla giurisprudenza in ordine alla revoca del conferimento degli incarichi dirigenziali rappresentano coordinate imprescindibili anche per la diversa ma analoga fattispecie della revoca di posizioni organizzative nell’ambito di enti privi di dirigenza
In conclusione, come è stato rilevato in dottrina, se il rapporto di pubblico impiego è da ricostruire come rapporto consensuale di diritto privato, “lo spazio per azioni unilaterali degli enti si riduce sensibilmente, fin quasi ad azzerarsi” . Occorre prendere atto, pertanto, che la posizione di coloro i quali sono stati investiti da posizioni organizzative (così come quella dei dirigenti) è garantita dal contratto stipulato. La rideterminazione degli incarichi, quindi, non potrà mai essere realizzata prescindendo dai presupposti stabiliti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.
La natura amministrativa degli atti di conferimento degli incarichi, è stata per lo più sostenuta in ragione della loro veste formale .
Al contrario, la qualificazione in termini privatistici è sembrata sin dall’inizio meglio connaturata all’espressa devoluzione delle relative controversie al giudice ordinario in funzione di giudice del lavoro ai sensi dell’art. 63 del D.L.vo 165/2001, ed alla correlata ricostruzione delle posizioni soggettive vantate dal dirigente in termini di vero e proprio diritto soggettivo o tutt’al più di interesse legittimo di diritto privato.
Diatriba che si è andata sviluppando nonostante la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale, si siano pronunciate a favore della loro natura privatistica.
Soprattutto con la legge 145 del 2002 si è paventata la ripubblicizzazione dell’atto di conferimento, al momento in cui ha modificando il comma 2 dell’art. 19 del d. legislativo 165/2001, lo ha qualificato come “provvedimento” al quale accede poi il contratto individuale . Il primo per il conferimento dell’incarico in base ad una prospettazione pubblicistica di esercizio unilaterale di potestà pubbliche; il secondo di natura negoziale paritetica per la disciplina del connesso trattamento economico.
In realtà la legge 145 del 2002 nulla ha modificato in materia di giurisdizione del giudice ordinario e nulla ha mutato sulla disciplina privatistica della struttura gestionale ed organizzativa del rapporto di lavoro.
Di conseguenza, anche gli atti degli organi di governo tesi ad assumere determinazioni sull’organizzazione degli uffici e sulla gestione del rapporto di lavoro nei casi indicati dall’art. 19 d. legislativo 165/2001 – ai sensi dell’art. 4, comma 1, lett. g) – , assumono carattere privatistico.

Cio' detto e' del tutto evidente che trattandosi di contratto di natura comunque privata e' possibile il recesso di una delle parti , come in ogni contratto , avuto il consenso della controparte.Se le motivazioni ( che non conosco !! ) che portano ad una richiesta di recesso sono ritenute valide dalla controparte ( Sindaco) mi pare il tutto assolutamente possibile e privo di ogni conseguenza se non la perdita della retribuzione di posizione e di risultato in godimento.
Se poi, per puro caso, fossi un comune sotto i 3000 abitanti , non ci sarebbe neppure il problema su chi debba ricadere la responsabilita' ( motivo organizzativo che potrebbe essere addotto per un diniego) potendola assumere direttamente il Sindaco.
So' che in qualche Comune e' gia' avvenuto !
Le motivazioni , che non potrebbero essere di ordine professionale in quanto nel momento della scelta della posizione vi e' obbligatoriamente stata la pesatura della medesima e ritenuta congrua, se di natura fisica o anche rapportata all'ego dell'individuo , ovvero caratteriali , qualora ritenute plausibili dalla controparte nulla ostano al recesso contrattuale.
Paolo Gros
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